
Dagli imperatori che mandano a morte i filosofi agli imperatori
filosofi.

Politica e filosofia nella Roma imperiale.

L'affermarsi a Roma del regime imperiale non semplific il
complesso e tormentato rapporto tra la filosofia e la politica.
Molti membri della classe senatoria, estromessi dal potere e dalla
politica, si rifugiarono - come aveva fatto anche Cicerone - nella
filosofia; e gli imperatori, che temevano il partito senatorio,
considerarono con sospetto le scelte filosofiche dei suoi membri.
L'imperatore Tiberio condann all'esilio lo stoico Attalo e fece
giustiziare il filosofo Cremuzio Cordo, accusandoli di essere
membri dell'opposizione senatoria. Un caso emblematico rimane
quello di Seneca, maestro di Nerone: per alcuni anni resse di
fatto l'Impero e fu poi costretto a darsi la morte, accusato di
aver partecipato alla congiura dei Pisoni. Il successore di
Nerone, Vespasiano, fece condannare il filosofo Elvidio Prisco.
Domiziano, con un editto del 91 dopo Cristo, decret la cacciata
di tutti i filosofi da Roma: fra le sue vittime Dione di Prusia -
che poi divenne consigliere di Traiano -, Epitteto e Musonio Rufo.
Con gli Antonini il rapporto tra la politica e la filosofia sub
un cambiamento rivoluzionario, tanto che un filosofo, Marco
Aurelio, divent imperatore. Con lui and al governo la
filosofia stoica, che, per la sua concezione della politica,
produsse una profonda - anche se momentanea - trasformazione nella
gestione del potere da parte dell'imperatore. Marco Aurelio volle
essere sempre meno un despota romano che opprime gli altri popoli
e si impegn a realizzare l'ideale stoico del monarca saggio,
obbediente al Lgos che governa il mondo, reggitore di uno Stato
universale in cui tutti, compiendo ciascuno il proprio dovere,
sono coinvolti nel funzionamento della cosa pubblica per il
trionfo della giustizia. In questa nuova concezione del potere non
erano accettabili privilegi di sorta, neppure per l'imperatore,
che viveva l'impegno politico esclusivamente come un dovere. I
successori di Marco Aurelio proseguirono la sua opera, dedicata a
integrare popoli e culture con l' thos di Roma: Settimio Severo
equipar all'Italia le provincie e concesse la cittadinanza romana
a intere citt dell'Africa e dell'Oriente; Caracalla, con la
Constitutio Antonina del 212, estese poi la cittadinanza romana a
tutti i popoli dell'impero (ai sudditi liberi).
Per i Romani, il loro era stato per secoli il miglior sistema di
governo esistente al mondo; e tutta la loro storia era considerata
una dimostrazione talmente convincente di ci, che la critica dei
filosofi non era riuscita a scalfirla.
 Civis romanus sum : questa frase aveva riempito d'orgoglio per
secoli chi aveva avuto il privilegio di poterla pronunciare,
perch indicava l'appartenenza a Roma, la citt divinizzata, e al
suo destino imperiale. Quando la cittadinanza romana fu estesa a
tutti i popoli dell'impero, l' thos di Roma inizi ad avviarsi
verso il tramonto: rendere tutti cittadini di Roma equivaleva a
rendere i Romani cittadini del mondo, a farli rinunciare alla
superiorit e alla diversit. E l'uguaglianza  inconciliabile con
l'impero

